La Speranza è AMAL

Cosa ha spinto una famiglia siriana di Aleppo a lasciare la propria casa, la propria vita fatta di affetti, lavoro, scuola e abitudini nel 2013?

Per quale motivo padre e madre con 8 figli hanno viaggiato per circa 400 chilometri “in sole” 36 ore su un autobus da trenta posti insieme ad altre 100 persone su quell’unica strada così ricca di “aree di sosta” dove solo gente armata li accoglieva e gli “prelevava” ogni volta qualcosa in cambio della vita?

Come mai hanno trascorso oltre tre anni in un campo profughi a Tel Abbas in Libano in una tenda dove non si riesce a respirare a causa del caldo e della mancanza di aria?

Queste solo le domande che noi, persone civili e benpensanti, abbiamo il dovere di farci prima di etichettare l’immigrato come “fastidio” e come “peso”.

Sabato 20 maggio la famiglia AL ABDALLAH era a Torino, presso la Comunità Parrocchiale di Sant’Alfonso, attorniata da quasi un centinaio di persone.

E’ stato uno dei primi momenti in cui il Progetto Accoglienza, promosso dall’Unità Pastorale 9 e condiviso da circa 150 famiglie della zona, ha permesso di condividere insieme a questi due genitori ed i loro sei figli maschi e le tre figlie femmine un momento di conoscenza e convivialità.

La risposta alle domande è solo una: sono partiti dalla loro Terra per non uccidere e per non essere uccisi. La loro non è stata una scelta, è stata una necessità: fuggire dall’inferno, scappare da una guerra che non è la loro, abbandonare tutto per allontanarsi dalla violenza e dal terrore.

Oggi sono in Italia, a Torino, sostenuti in questa loro rinascita da donne e uomini di buona volontà che non si nascondono o allontanano o chiudono le porte ma si fanno prossimi. Vitto, alloggio, assistenza legale, cure, corsi di italiano, inserimento scolastico e professionale: tutto a carico degli organizzatori, grazie a fondi raccolti da Sant’Egidio e dell’8 per mille valdese. Saranno assistiti e aiutati ad inserirsi e mantenersi col loro lavoro.

Qualcuno potrebbe ribadire il commento di sottofondo: e gli Italiani?

A questo commento viene naturale ribattere: “Vero, ma Tu cosa fai per dare speranza a un italiano?”.

“Aspetti sempre che ci pensi lo Stato o qualcun altro?”.

Da questo modello di integrazione a livello torinese stanno nascendo altri gruppi di persone che intendono offrire un aiuto, una presenza partecipata e attiva, a sostegno di altri profughi che il corridoio umanitario creato grazie alla Operazione Colomba trasferirà con i documenti in regola, in attesa dello status di rifugiato, grazie al protocollo firmato dagli organizzatori con i ministeri degli Esteri e dell’Interno.

Si è un messaggio di speranza reso possibile dal Filo d’Erba del Gruppo Abele, associazione comunità di famiglie che presta servizio di accoglienza residenziale di medio periodo ad italiani, migranti e richiedenti asilo.

Si AMAL (SPERANZA)… proprio come il nome della bambina più piccola nata in Libano tre anni fa!

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