Alessandro, cuore e sorriso

Non possiamo nascondere l’emozione di aver conosciuto Alessandro, un giovane che “sorride con il cuore”.

Alessandro… Puoi dirci in breve chi sei e dove abiti?

Sono nato e vivo a Collegno, nella cintura di Torino. Città che ha sofferto molto durante la Seconda guerra mondiale e che ha contato molti martiri per la libertà tra i suoi cittadini. Posso dire di essere figlio di questa tradizione, vengo da una famiglia dove mi sono stati trasmessi i valori della solidarietà e della denuncia di ciò che non è giusto, specie se è a danno dei più poveri. Frequento attualmente l’università degli studi di Torino nel corso di studi internazionali.

 

Cosa fai nella vita? Di che cosa Ti occupi?

Dal 2008 seguo a livelli diversi le vicende di violenza che scuotono l’area del mediterraneo, con particolare sensibilità alle questioni del medio oriente. Ho vissuto e fatto attività con organizzazioni non governative in Iraq, Palestina e Libano. 
Nel 2011 ho fatto domanda per entrare in Operazione Colomba, il corpo civile di pace della Comunità Papa Giovanni 23, dove ho imparato molto sulla gestione dei conflitti e sull’importanza del lavoro con le vittime della guerra. Chi subisce la violenza sulla propria pelle ha dentro di se le chiavi per risolvere i conflitti, attraverso strade differenti da quelle armate. 

Cosa significa OPERAZIONE COLOMBA?

Operazione Colomba è nata negli anni novanta, nel corso della devastante guerra dei Balcani per essere una presenza disarmata in area di scontro, a tutela e garanzia della vita della popolazione civile e di chi ha rifiutato l’uso delle armi come strumento atto a offendere e uccidere. 
In quel periodo storico fiorivano le varie “Operazioni” per dare un nome alle attività militari statali di intervento nei Balcani, uno dei fondatori della nostra organizzazione allora si chiese: “perché non fare invece L’operazione colomba?”. Fu l’inizio di un percorso che, ad oggi dopo vent’anni, ha inciso sulla vita di migliaia di persone e ha coinvolto più di mille volontari, che hanno scelto di fare percorsi di condivisione, difesa dei diritti umani e accompagnamento delle minoranze in diversi paesi e continenti. 
Oggi l’intervento civile nei conflitti armati è riconosciuto come valido e portatore di soluzioni di lungo periodo anche dalle principali istituzioni internazionali (tra cui le Nazioni Unite).  

Cosa Ti ha spinto ad impegnarTi nell’assistenza ai profughi?

La nostra azione nel campo profughi di Tel Abbas è un segno concreto di vicinanza, a chi ha sofferto maggiormente a causa della guerra in Siria e a causa della repressione militare che ha coinvolto milioni di siriani che si sono trovati nel giro di pochi anni a perdere amicizie e abitazioni sotto i colpi incessanti dei bombardamenti. Per me è imprescindibile coinvolgere i civili siriani nel processo di pace, e dare loro la possibilità di fare sentire le loro fragili voci oltre il frastuono delle armi e delle dichiarazioni dei potenti di turno. Lavorare in questo contesto è per tutti noi un onore e una responsabilità, perché ci spinge continuamente a lottare contro le violazioni che queste persone subiscono in varie forme (mancanza cure mediche, arresti arbitrari e pestaggi , precarietà condizioni abitative) e ci stimola a trovare strade creative, ad andare dove nessuno potrebbe immaginare. 
Il nostro è un lavoro di ponte tra i rifugiati e le varie organizzazioni non governative che operano in Libano, cerchiamo di essere da facilitatori tra i bisogni delle famiglie siriane e chi potrebbe dare loro delle risposte concrete. 

Quale è stata l’esperienza più forte che hai vissuto nella Tua missione?

 Molti si chiedono cosa significhi vivere in un campo profughi, provandoci ci si rende conto di tutte le limitazioni alla dignità umana che esso comporta. Nel nostro lavoro incontriamo situazioni di forte sofferenza e marginalizzazione, ricordo il caso di una famiglia a cui siamo legati da parecchi anni, la cui bambina di quattro anni è affogata nel pozzo di scolo delle fogne per un incidente. Questo significa essere profughi, salvarsi dai bombardamenti aerei e dalle esplosioni per finire a morire in una cisterna sporca. Il nostro impegno consiste anche nel dare un nome a queste storie, questa bambina di chiamava Amal, che in arabo significa speranza.

 

Quali sono le Tue speranze e i Tuoi desideri per il futuro?

Le mie speranze ripongono nel fatto che tanta fatica possa trovare uno sbocco, e che l’Europa ritrovi le sue radici e il senso della sua esistenza terminando questa folle politica di chiusura delle frontiere che ha già causato migliaia di morti negli ultimi dieci anni. Sogno un paese dove chi soffre riceve aiuto e assistenza senza che gli venga domandato da dove viene e quale documento di identità può esibire. Ritengo questa lotta degna di essere intrapresa, e liberante per tutti.
By Direzione Torinonews

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